Tamburreddhu o Tamburello?

Da tempo la musica tradizionale salentina è attraversata da molti incontri musicali, contaminandosi con altri stili, non solo con le altre musiche tradizionali ma, soprattutto, con altri generi(rock, pop, elettronica ecc.). Questo ha portato, secondo me, ad una confusione sonora caratterizzata dall’utilizzo di strumenti non consoni alla tradizione musicale salentina soprattutto nell’uso di percussioni (tamburi a cornice) che non rispettano lo stereotipo che i maestri costruttori ci hanno tramandato negli anni. Da qui nasce l’idea di costruire (o ricostruire) un’ identità sonora che ritorni a parlare o, meglio, ritorni a farci ascoltare quei miscugli sonori che quell’ irregolarità costruttiva degli antichi maestri ha fatto conoscere al mondo intero come la musica tradizionale salentina e il suo strumento principe, u “Tamburreddhu”. Da anni passa nella mia testa, l’ idea di dare una linea sonora ad una tradizione che sempre più sta dimenticando le proprie sonorità, soprattutto dopo la morte dell’ ultimo grande costruttore di tamburreddhi salentini “Mesciu Ninu”, al secolo Giovanni Sancesario di Nociglia.

Strano che questo lo pensi un musicista come me, che forse più di tutti, ha contaminato la musica tradizionale salentina con altri stili e altre sonorità. Penso, però, che sia arrivato il momento di fermarsi e dare una giusta dimensione allo strumento principe della tradizione musicale salentina. Tante, infatti, sono le caratteristiche che sono cambiate negli ultimi 15 anni: materialmente i tamburreddhi sono diventati sempre più leggeri, le pelli più armonizzate, ispirate, cioè, ai colori ritmici dello strumento e di conseguenza, trascurando quella che possiamo definire, in maniera gergale, la “botta” o meglio, la circolarità del tempo di battuta.

Anche i sonagli sono cambiati, tanto che oggi hanno forme e dimensioni diverse da quelle che siamo abituati a vedere nei filmati di repertorio che testimoniano la tecnica rotatoria della mano che, oggi, ha guadagnato in precisione del suono del sonaglio capace di creare una figura ritmica sempre uguale, ma ha perduto proprio quell’irregolaritàsonora creata, appunto, dal Tamburreddhu e dalle sue antiche modalità costruttive.

Così, parlandone con alcuni nuovi costruttori (su tutti gli amici, Biagio Panico e Vito Giannone), inevitabilmente ci si è domandati cosa è, oggi, lo strumento che suoniamo, come sono cambiati i materiali e l’uso dello stesso: da oggetto, ieri utilizzato in una terapia come il Tarantismo ad oggi, strumento musicale che i giovani salentini -e non solo- usano per rivendicare un’appartenenza politico-culturale attraverso la musica tradizionale.

Sicuramente non bisogna dimenticare che viviamo il presente, pertanto non dobbiamo conservare la tradizione e perpetuarla in una maniera folklorica, ma apportare quelle migliorie artigianali che la contemporaneità permette. Secondo me, quindi, è giusto che i nuovi costruttori, analizzando gli strumenti che la tradizione ha conservato, abbiano migliorato l’oggetto artigianale portandolo ad un vero strumento musicale.

Proprio a questo la mia riflessione vuole giungere: riconoscere, cioè, lo “strumento Tamburreddhu” non come un oggetto turistico ma come il vero emblema della tradizione salentina o meglio, riflettere sul perchè per suonare, ad esempio, il flamenco, bisogna usare la chitarra flamenco e per suonare la pizzica, invece, va benissimo qualsiasi tamburello? Secondo me non è così. Voi che ne pensate?

Claudio “Cavallo” Giagnotti

spedizione certificata
pagamento-paypal
ordini-telefonici